Seleziona una pagina

 

Smart-phone, smart-TV, wearable, sistemi antifurto, videocamere: sono soltanto alcuni oggetti materiali che la “rivoluzione Internet” ha trasformato in veri e propri oggetti digitali.
Sempre più spesso, infatti, si sente parlare di IoT, ovvero di “Internet delle cose”. In che modo questa sigla ha radicalmente cambiato le nostre vite?
Per capirlo occorre fare un passo indietro. Innanzitutto, per IoT s’intende quell’insieme di tecnologie che funge da collegamento tra il mondo digitale e quello reale, permettendo all’utente non solo di controllare “a distanza” ciò che lo circonda, ma anche di intraprendere azioni che fino a qualche anno fa sembravano avveniristiche.

Non parliamo solo di semplici azioni quotidiane (come cambiare canale in TV, programmare l’accensione dei termosifoni, pianificare un viaggio da una semplice app, etc.), ma di veri e propri settori che grazie all’integrazione tra tecnologia e mondo fisico hanno conosciuto trasformazioni mai viste prima.
Dai vettori industriali all’urbanistica e gestione del territorio, dall’ecologia all’agricoltura: non esiste ambito in cui l’IoT non si sia sviluppata, aprendo la strada a nuove sfide, opportunità e rischi.

Alcune tra le maggiori società di consulenza e ricerca (come Accenture e Gartner) hanno stimato che entro il 2020 si passerà dai 4,9 miliardi di dispositivi IoT registrati nel 2015 ad oltre 25 miliardi. Questo significa che, di conseguenza, si registrerà un aumento esponenziale della quantità di dati scambiati in rete.
Proprio per questo la gestione “responsabile” dei Big Data rappresenta un aspetto di primaria importanza rispetto al quale tutti i Paesi dovranno confrontarsi. Anche su questa tematica gli Stati Uniti si sono confermati pionieri, pubblicando sul sito Federal Trade Commission il documento “Internet of Things: Privacy & Security in a connected World”. In Italia, il Garante della Privacy ha avviato nel 2015 una consultazione pubblica “con l’obiettivo di valutare il fenomeno nella sua complessità, ma soprattutto di definire misure per assicurare agli utenti la massima trasparenza nell’uso dei loro dati personali e per tutelarli contro possibili abusi”.

Passando al nostro Paese, quanto sono digitali gli italiani? Le statistiche, purtroppo, non sono dalla nostra parte: secondo l’indice DESI (Digital Economy and Society Index) della Commissione Europea siamo fra i Paesi meno digitali dell’Europa, davanti solo a Grecia, Romania e Bulgaria. In testa all’indice di digitalizzazione dell’economia e della società si confermano i Paesi del Nord come Danimarca, Finlandia, Svezia e Paesi Bassi, delineando «un’Europa digitale a due velocità» come ha detto Andrus Ansip, vicepresidente della Commissione Ue con delega al Mercato Unico Digitale.

L’indice forse più preoccupante è quello che riguarda il capitale umano (che comprende la capacità di utilizzo di Internet ed il possesso di competenze digitali di base e/o avanzate) per il quale l’Italia ricopre il 25° posto. Come affermato dal sottosegretario alle Comunicazioni, Antonello Giacomelli «gli scarsi risultati in termini di competenze digitali rischiano di frenare l’ulteriore sviluppo dell’economia e delle società digitali». Italiani connessi, ma non formati ed in-formati sui rischi che il mondo virtuale porta con sé. Ma qual è il prezzo da pagare per un mondo interconnesso? Senza un cambio di rotta, quando lo scopriremo forse sarà troppo tardi per la nostra privacy…